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icoI mestieri alternativi alle attività produttive tradizionali e itineranti

Tali mestieri, che spesso diventavano motivo di commercio fuori della valle, erano svolti occasionalmente, nei momenti di tempo liberi dalle attività primarie e  potevano anche coincidere con esse, come la raccolta di cristalli, dei frutti o delle erbe (il genepì - Artemisia glacialis ed affini, l’assenzio - Artemisia absintium, la lavanda o le violette, i rizomi legnosi e digestivi della genziana - Genziana lutea, le bacche aromatiche del ginepro  Juniperus communis, i frutti del bosco o la pece estratta dalle piante resinose che aveva anche scopi curativi).
Degno di nota era “l’attività del viperaio”, praticato ancora di recente, quando si riceveva una certa somma per la soppressione di questi rettili, credendo, come tutti, nella loro pericolosità. Qualcuno le catturava vive, per l’utilizzo nella produzione del siero antiofidico o per l’uso mirato a sperimentazioni farmacologiche.

I mestieri itineranti.
Le attività alternative, soprattutto nei secoli passati, avevano lo scopo fondamentale di ricavare del denaro liquido da spendere quando nelle borgate arrivavano i colporteurs, mercanti ambulanti che partivano a piedi, gerle o armadietti stracolmi in spalla, talvolta accompagnati dai muli, e tessevano una fitta trama di scambi fra le valli portando caffé, zucchero, tabacco e sale verso le alte valli e vendendo, sulla via del ritorno, prodotti locali, pollame, uova, formaggi, burro, capretti e lana.
I mestieri itineranti comprendevano il commercio e l’artigianato girovago: il merciaio, il compratore di stracci o il venditore di stoffe, l’ombrellaio, lo stagnaio, l’arrotino, il lustrascarpe, il riparatore di ceramiche, il vetraio, la merlettaia e la donna di servizio oltre all’emigrazione stagionale per ricoprire lavori presso i grandi alberghi.
Tutte attività che prevedevano il ritorno alla propria abitazione solo in occasione dei principali lavori agricoli estivi, come la raccolta del grano o della segale.



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