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icoL’arte sacra

Secoli di guerre di religione hanno cancellato, nelle zone più coinvolte, importanti e preziose testimonianze di arte religiosa, ma, ovunque, la profonda religiosità dei montanari è stata protetta nell’intimità delle famiglie e traspare nei piccoli oggetti e nei gesti quotidiani giunti fino a noi.
Gli oggetti in legno, dalle culle alle marche per il pane o per il burro erano arricchiti da decori intagliati che attestano un linguaggio simbolico, in alcuni casi legato a culti pagani (il rosone che simboleggia il sole o il cuore probabilmente legato ad antichi riti celtici…), in altri a forti valori cristiani (la croce, gli strumenti della passione, il monogramma di Cristo IHS, WM viva Maria…). Le chiese e le cappelle campestri rappresentavano ambienti di forte aggregazione comunitaria oltre che di fede. Qui i capifamiglia si riunivano in assemblea per prendere le decisioni importanti, fossero esse la promessa solenne di un voto in tempo di peste o provvedimenti con cui affrontare calamità naturali. Le loro campane non solo cadenzavano i ritmi delle stagioni e delle giornate, ma annunciavano lieti o tristi eventi, le riunioni della comunità, oppure richiamavano a raccolta la popolazione in caso di pericoli.
I vari giorni dell’anno dedicati alla commemora-zione dei Santi scandivano le feste ed i lavori agricoli: a San Giovanni (24 Giugno) le mandrie salivano agli alpeggi, a San Michele (29 Settembre) ritornavano nel fondovalle. Uno dei tanti detti popolari legati ai tempi della natura e dell’agricoltura diceva: Peur San Jorgë seumènë toun jorgë, peur San Mar l i tro tar (per San Giorgio semina il tuo orzo, perché per San Marco è già troppo tardi).
Semplici riti da non dimenticare e valorizzare che testimoniano la profonda devozione di piccole Comunità alpine, vissute negli stenti senza mai perdere la propria fede.

 

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