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icoI Valdesi

Il XII ed il XIII secolo furono anni burrascosi per la Chiesa. Sorsero, infatti, in Europa numerosi movimenti religiosi: gli Albigesi, i Catari, i Valdesi. Questi ultimi, sorsero a Lione a seguito della predicazione di Valdo.
Del fondatore Valdo o Valdesio si sa con certezza che era un mercante di Lione. Ebbe un’esperienza radicale di conversione incentrata sulla povertà e sul desiderio di predicare il Vangelo verso il 1170, e morì probabilmente nel 1206. Il contrasto con l’istituzione ecclesiastica di Valdo e dei suoi seguaci (chiamati “poveri di Lione” e solo più tardi “valdesi”) è, con ogni verosimiglianza, più subìto che cercato. Nonostante le condanne ecclesiastiche, dopo la morte di Valdo la separazione dei suoi seguaci da Roma non sembrò ineluttabile: un gruppo di “poveri di Lione” sotto la guida di Durando d’Osca (di cui pure poco si sa) si riconciliò con il Papa Innocenzo III (1160-1216) nel 1208. Altri “poveri”, non “riconciliati”, rimasero ai margini della Chiesa di Roma, in una posizione ambigua, o intraprendono decisamente il cammino della rottura, pur tra dissensi interni.
Diffuso in diverse regioni dell’Europa continentale, il movimento valdese fu attivo durante tutto il medioevo, ma le Alpi Cozie (sia sul versante francese che su quello piemontese) costituirono un territorio di particolare interesse perché qui la sua presenza si mantenne costante dall’inizio del XIII al XVI secolo. La rapida diffusione fu probabilmente legata all’isolamento e alla lontananza delle valli dai centri episcopali di Torino ed Embrun.
Repressioni, processi e condanne, a partire dal XIII secolo, non riuscirono a cancellare il valdismo: la sua forza era rappresentata da un forte radicamento familiare e dalla forte coscienza di identità mantenuta viva dall’opera costante dei predicatori, i cosiddetti “barba”.
Il XVI secolo fu caratterizzato da un nuovo movimento religioso che ebbe rivoluzionari risvolti politici: la Riforma protestante, nata in Germania ad opera di un monaco agostiniano di nome Martin Lutero.
Le nuove idee, soprattutto grazie a Calvino, penetrarono anche in Francia. Qui i protestanti presero il nome di Ugonotti e sotto il regno di Enrico III invasero il Queyras.
Nel 1532, con il sinodo di Chanforan (Val Pellice), i Valdesi aderirono al Protestantesimo e, ispirandosi alla chiesa calvinista ginevrina pur mantenendo la propria autonomia, si attribuirono un’adeguata struttura organizzativa e determinarono la separazione totale e definitiva dalla Chiesa cattolica.
Nel 1578 tali calvinisti, già saldamente attestati nel Queyras, scesero nell’alta Val Varaita convincendo o forzando i locali a convertirsi al nuovo credo oppure a lasciare il paese, da cui anche i parroci erano stati estromessi.
Con la Riforma cominciarono nelle valli vere e proprie guerre di religione condizionate dalle vicende politiche tra la Francia ed i Duchi di Casa Savoia.  Tali contrasti si ripercuotevano non solo nella vita religiosa ma anche civile, prima con l’Editto di Nantes emanato dal re di Francia Enrico IV il 13 aprile 1598, che concedeva la libertà di culto ai Protestanti,  poi con la sua revoca (18 ottobre 1685).
In seguito alla revoca dell’editto di Nantes, anche i protestanti presenti nei territori degli Escartons e nelle valli limitrofe furono costretti a fuggire verso il Nord Europa o rinchiusi nelle prigioni. Di questo movimento storico non esiste più traccia nell’Italia attuale se non per i Valdesi. I superstiti alle intense persecuzioni riuscirono infatti a trovare scampo in Svizzera e Germania da dove sarebbero tornati nel 1689 con una spedizione diventata quasi leggendaria: la Glorieuse Rentrée, undici giorni di marcia guidati dal pastore Henri Arnaud.  Solo nel Febbraio 1848, dopo alcuni decenni di recrudescenza dell’intolleranza in conseguenza della Restaurazione, il popolo valdese ottenne dal  Re Carlo Alberto il riconoscimento dei diritti civili e la libertà di culto. Da allora cattolici e valdesi vivono in pace ed il 17 Febbraio è giorno di festa: nelle vallate vengono accesi dei falò per ricordare quelli accesi nella notte del 1848 per comunicare tra i paesi la firma del decreto.



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